
Alta risoluzione – Prambanan (2006) ©UNESCO
Prambanan è il nome di un complesso di templi induisti che si estende per chilometri, è situato nell'isola di Giava (più precisamente a circa 18 Km da Yogyakarta), fu costruito all'incirca nell' 850 d.C. da Rakai Pikatan, secondo re della dinastia Mataram (altre fonti riportano invece che il suo costruttore fosse Balitung Maha Sambu della dinastia Sanjaya). Sorge poco lontano dal colossale tempio buddhista chiamato Borobudur costruito pochi anni prima dalla dinastia precedente: i Sailendra, i due templi sono spesso accomunati per zona e pediodo storico ma presentano differenze strutturali enormi, si potrebbe anche dire che sono l'esatto opposto, visto che Borobudur è sviluppato in orizzontale e ha un aspetto massiccio mentre Prambanan è sviluppato verso l'alto e possiede una forma slanciata.
Entrambi questi monumenti sono stati dichiarati patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1991. Si calcola che in origine il complesso di templi fosse composte da ben 232 templi, in seguito si scoprì che molti di questi in realtà non erano templi ma mausolei di antichi re, tuttavia non si hanno certezze perché a metà del 1600 un terremoto devastante rovinò parte delle strutture, una ricostruzione dei templi principali iniziò nel 1918 e terminò nel 1953, tuttavia un nuovo terremoto nel 2006 colpì l'isola di Giava e danneggiò nuovamente le costruzioni, anche se con danni di lieve entità, tuttavia rimase chiuso ai turisti per un periodo di tempo.
Alta risoluzione – Templi di Prambanan (2006) ©UNESCO
Storia
Il re che volle fortemente questa costruzione (secondo la maggior parte delle fonti) fu Rakai Pikatan, secondo re della dinastia Mataram, egli si reputava la reincarnazione di Shiva e per questo dedicò molta attenzione alla costruzione della struttura, inoltre a causa della sua convinzione dedicò il tempio principale al culto del suo dio prediletto. Esattamente come Borobudur la costruzione fu abbandonata poche decine di anni dopo il suo completamento e venne danneggiata da diversi agenti atmosferici. solo nel 1918 vennero intrapresi dei lavori di ristrutturazione (sarebbe più esatto parlare di ricostruzione) che vennero ultimati nel 1953.
Il complesso
Il complesso conta diversi templi, ma i più famosi sono i tre principali dedicati rispettivamente a Brahma, Vishnu e Shiva, questi tre dominano la visuale in mezzo a tutti gli altri che vanno a formare una specie di corte. In particolare il tempio di Shiva è giustamente quello più apprezzato da tutti, al punto che molti lo considerano il massimo monumento induista dell'Indonesia.
Il tempio di Shiva
Il tempio di Shiva è alto
Il tempio di Brahma
Il tempio dedicato al dio Brahma è nettamente più piccolo di dimensioni rispetto a quello di Shiva, ne ricalca la struttura e le forme di arte, al suo interno vi è una notevole statua del dio raffigurato con quattro teste, e sulle pareti sono anche qui presenti un numero notevole di bassorilievi che raffigurano le parti finali del Ramayana.
Il tempio di Vishnu
il tempio di Vishnu è molto simile a quello di Brahma, presenta una statua del dio conquattro braccia nella stanza e bassorilievi sulle pareti, qui i bassorilievi riproducono in immagini la storia di Krishna, una divinità-eroe la cui vita è narrata nel poema epico Mahabharata.
Altri templi
Secondo gli studiosi di fronte ai tre templi principali dovevano esserci altri tre tempietti, dato non certo perché ne è stato ritrovato intatto uno solo, vale a dire quello in fronte al tempio di Shiva, questa piccolissima struttura è dedicata a Nandi (il toro, animale preferito del dio Shiva). Si suppone che gli altri dovessero essere dedicati al cigno, l'animale di Brahma e all' uccello del sole Garuda, l'animale di Vishnu.
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Esso utilizza materiale tratto dalla voce di “Wikipedia Italia” (articolo):
http://it.wikipedia.org/wiki/Prambanan
Link, Foto e Video
http://images.google.ch/images?hl=it&source=hp&q=prambanan%20temple&um=1&ie=UTF-8&sa=N&tab=wi
http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Prambanan
http://whc.unesco.org/en/list/642
http://en.wikipedia.org/wiki/Prambanan
http://wikitravel.org/en/Prambanan
http://www.borobudur.tv/temple_index.htm
http://ja.wikipedia.org/wiki/プランバナン寺院群
http://www.youtube.com/watch?v=0f6EOcP_lgQ
http://www.youtube.com/watch?v=LJBmn9M2HyU
http://www.youtube.com/watch?v=E94nw-5_55I
http://www.youtube.com/watch?v=d1jmj48mPEQ
http://www.youtube.com/watch?v=A1m5LmXp0HU
Luna bianca
che illumina il colle
Foglie d’argento
tra gli ulivi nodosi
Luna verde
negli angoli di cielo
Il ragno ricama
la sua tela
Luna rossa
arena d’ottone
Sangue di vita
tra le lenzuola bianche
Luna nera
che muore all’ombra dei cipressi
Rosolaccio acceso
tra il frumento dorato.
© Edio Vassalli 2006
Trama
Walt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della Guerra di Corea e non sopporta di avere, nell'abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un'auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l'auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell'occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia.
Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski.
Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama Desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa.
Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione.
Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.
(tratta da http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=57476)
Recensione
Come si può definire un film che si apre con un funerale e si chiude con un altro? Un osservatore superficiale potrebbe anche definirlo iettatorio, ma in realtà Gran Torino appartiene più correttamente alla categoria dei film «testamentari», quelli dove l' autore - qui il 78enne Clint Eastwood - ci lascia in eredità il suo messaggio «finale», il suo pensiero definitivo sulla vita e sulla morte. Meglio, su come comportarsi in vita e come affrontare la morte. Cioè, sul Bene e sul Male. Questa riflessione ha sempre attraverso le opere di Eastwood regista. L' azione, che in altre età della vita sembrava predominare su tutto, finiva però per riportare primo o poi il suo «eroe» ai temi centrali della responsabilità. E a volte del castigo se non della morte. Come condanna (al cattivo di turno) ma anche come estremo destino di sconfitta. Come succede in Bird, in Un mondo perfetto, in Lettere da Iwo Jima... In Gran Torino, la riflessione di Eastwood prende un' andatura più zigzagante, a volte fin contraddittoria, come per riassumere tutte le diverse opzioni di una carriera che ha portato il suo regista a confrontarsi non solo con i limiti della vita, con le sue debolezze e le sue sconfitte, ma anche a farsene carico, ad assumerli (cristologicamente?) su di sé. Questo, almeno, fa Walt Kowalski (Eastwood), operaio in pensione dalla Ford, che vede il suo quartiere di Detroit spopolarsi di bianchi americani per lasciare il posto a ispanici e a un gruppo di invadenti «musi gialli» (in realtà «Hmong», popolazione che non può più vivere nei territori d' origine, a cavallo tra Laos, Cambogia e Cina). All' inizio del film, però, durante il funerale della moglie, scopriamo che la rabbia di Kowalski si rivolge anche verso i membri della sua famiglia, i due figli Mitch e Steve da cui lo allontanano scelte di vita e gusti automobilistici (uno di loro commercia auto giapponesi, peccato più che mortale per un ex dipendente Ford), per non parlare dei nipoti vari, di cui disprezza praticamente ogni cosa, dall' abbigliamento all' indolenza. E senza preoccuparsi troppo di abbassare il tono quando fa le sue esternazioni. Con una buona dose di autoironia, Eastwood/Kowalski si mette in scena nel meno compiaciuto dei modi, ringhioso e urticante, capace di prendere il fucile per allontanare chi osa invadere la sua proprietà privata e preoccupato solo di due cose: avere una scorta di birra fresca da bere in solitudine nella sua veranda e ammirare la sua Gran Torino Ford del ‘72, che ogni tanto tira fuori dal garage e lucida con maniacale pazienza. Inevitabile che a un certo punto le rabbie e le recriminazioni di Kowalski comincino a vacillare, e proprio quando stanno per esplodere di fronte alla scoperta che il timido figlio dei vicini di casa, Thao (Bee Vang), sta tentando di rubare come «cerimonia» di iniziazione all' età adulta proprio la sua amata auto. A partire da questo momento, la rabbia si trasforma in disprezzo, poi in non belligeranza per diventare curiosità e infine protettivo spirito paterno. Anche per merito della sorella di Thao, Sue (Ahney Her), meno impacciata nel suo percorso di integrazione nella cultura americana. Lo strano, o per lo meno l' insolito, in un film hollywoodiano è la libertà che sembra prendersi Eastwood, che a un certo momento dà l' impressione di «perdersi» in lunghe deviazioni apparentemente non essenziali. Si prende il tempo per raccontare alcune specificità antropologiche degli Hmong, scherza con le differenze razziali (e razziste) delle varie anime americane (i duetti col barbiere italo-americano), allontana la minaccia che incombe sul film (il violento bullismo di una banda orientale che scorrazza nel quartiere) come se volesse far imboccare al film un' altra strada, quella di una commedia di costume un po' fuori dal tempo. E poi, all' improvviso, fa ripiombare lo spettatore di fronte alla violenza e alla crudeltà. Obbligandolo però a fare un passo ulteriore, che è quello dell' assunzione delle proprie responsabilità di fronte alle ingiustizie della vita. E chiudendo perfettamente il percorso che unisce questo film a Mystic River e Million Dollar Baby: la coscienza della responsabilità che i padri - veri o «putativi» poco importa - hanno verso i figli. E il carico di «debiti» morali da cui non possono certo liberarsi. Alla fine la storia riprende il suo percorso incalzante e sorprendente, che naturalmente lasciamo allo spettatore scoprire. Possiamo solo aggiungere che Eastwood lo fa con una assunzione di responsabilità inusitata anche per i suoi film, quasi fosse riuscito finalmente a fare i conti davvero con la morte che nelle sue ultime regie aveva sempre più invaso le avventure dei suoi non-eroi, finendo per assumere l' aspetto del convitato di pietra. E che Eastwood filma con la semplicità e l' immediatezza che hanno solo i grandi.
Paolo Mereghetti da Il Corriere della Sera, 13 marzo 2009
(tratta da http://www.mymovies.it/dizionario/critica.asp?id=455795)
Foto, Link e Extra
http://www.film.tv.it/scheda.php/film/39429/gran-torino/
http://www.mymovies.it/recensioni/?id=57476
http://www.mymovies.it/cast/?id=57476
http://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Torino
http://it.wikipedia.org/wiki/Clint_Eastwood
http://www.moviegoods.com/movie_poster/gran_torino_2008.htm
http://www.youtube.com/results?search_query=Gran+Torino+2008+&search_type=&aq=f
VOTO: 10
Ennesimo capolavoro di Eastwood ! Autore sublime che ogni volta mi lascia senza parole :-)
“No, non ha fine” è una canzone tratta dal film Madri pericolose (1960) che la ventenne Mina riesce a trasformare in un vero e proprio capolavoro !
In questo breve filmato il magnifico e sognate testo di Usuelli prende forma grazie alla superba ed intensa interpretazione di una giovanissima Mina.
Il brano in questione è il lato B del singolo “Briciole di baci” (1960), pezzo presente solo sulla raccolta “Mina rarità”.
Questa splendida compilation mi ha fatto molte volte compagnia durante il servizio di leva, un periodo davvero difficile…

Tratta dall’Album “Mina rarità” (1989)
“ora il fuoco d’autunno brucia lento lungo i boschi,
E giorno dopo giorno le foglie cadono e s’impoltigliano
E notte dopo notte il vento minaccioso geme
Nelle serrature, e racconta di campi vuoti,
Di montane solitudini, di ondate ampie e cupe.
Ora si sente la potenza della malinconia,
Più tenera nei suoi umori d’ogni gioia
Che elargisce l’indulgente estate.”
William Allingham - Tratta da “Diario di Campagna di una signora inglese”
…la lunga notte di Halloween, avvolta da spiriti e misteri mi “traghetta” lentamente nel profondo autunno…
Novembre non è certo il mio mese preferito, mi auguro trascorra presto !
L’unica nota di rilievo in tutto questo grigiore è la folta presenza di crisantemi e ciclamini, fiori splendidi che amo particolarmente…
In un momento di svago ho riletto con piacere alcuni passaggi de L’ultima estate di Klingsor, romanzo breve di Herman Hesse.
Il grande autore tedesco riesce a “dipinge” in modo eccelso un’intensa storia ambientata nella mia regione.
Altro memorabile romanzo breve che ricordo in particolar modo è Il giro di vite, piccolo capolavoro di Henry James.
Da questo lavoro è stato tratto lo splendido film Suspense (1961) con
Da una “intossicazione” letteraria ad una visiva il passo è breve…
Fillmore West (S.Francisco), 2 October 1969
Un weekend da sballo con Crosby, Stills, Nash & Young, Blues Image e John Sebastian !
In questo periodo la mia colonna sonora è assai “delicata”…
L’ immortale Nick Drake, l’ intenso Tim Buckley di Dream Letter, la sensuale Julie London ed il caro vecchio Billy Joel.
Proprio il 10 novembre, giorno del mio compleanno, ho ricevuto lo spettacolare The Stranger – 30th Anniversary Edition. E mentre ascoltavo il disco Live allegato ad un certo punto Billy ha iniziato a cantare “Happy Birthday”… è stato qualcosa di inaspettato ed emozionante ! A volte la vita è davvero “strana”…
Naturalmente non sono mancati gli slanci Blues a ravvivare le mie giornate ! Gary Moore in primis, con l’ ottimo Essential Live at Montreaux…
In questi tempi di magra cinematografica “incontrare” il Dr. House è certamente un’ottima scelta ! Il personaggio Gregory House è davvero unico, straordinario !
Concludo con la bravissima Sue Foley ! Uno spettacolo vederla alle prese con una scintillante sei corde…
P.S. …
Che cos'è l'amor
chiedilo al vento
che sferza il suo lamento sulla ghiaia
del viale del tramonto
all' amaca gelata
che ha perso il suo gazebo
guaire alla stagione andata all'ombra
del lampione san soucì
Che cos'è l'amor
chiedilo alla porta
alla guardarobiera nera
e al suo romanzo rosa
che sfoglia senza posa
al saluto riverente
del peruviano dondolante
che china il capo al lustro
della settima Polàr
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi
dell'arco di San Rocco
ma s'appoggi pure volentieri
fino all'alba livida di bruma
che ci asciuga e ci consuma
Che cos'è l'amor
è un sasso nella scarpa
che punge il passo lento di bolero
con l'amazzone straniera
stringere per finta
un'estranea cavaliera
è il rito di ogni sera
perso al caldo del pois di san soucì
Che cos'è l'amor
è
e come una vaiassa a colpo grosso
te la muove e te la squassa
ha i tacchi alti e il culo basso
la panza nuda e si dimena
scuote la testa da invasata
col consesso
dell'amica sua fidata
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
vampiro nella vigna
sottrattor nella cucina
son monarca e son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey
Che cos'è l'amor
è un indirizzo sul comò
di unposto d'oltremare
che è lontano
solo prima d'arrivare
partita sei partita
e mi trovo ricacciato
mio malgrado
nel girone antico
qui dannato
tra gli inferi dei bar
Che cos'è l'amor
è quello che rimane
da spartirsi e litigarsi nel setaccio
della penultima ora
qualche Estèr da Ravarino
mi permetto di salvare
al suo destino
dalla roulotte ghiacciata
degli immigrati accesi
della banda san soucì
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
vampiro nella vigna
sottrattor nella cucina
Son monarca son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi dell'arco di San Rocco
Son monarca son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey
Tratta dall’Album “Camera a sud” (1994)

...questa è una splendida versione tratta da “Live in Volvo”…
Il Gladiolus è un genere delle Iridaceae. Originario dell'Africa e dell'Eurasia, dà piante perenni bulbose o rizomatose, spontanee nell'area mediterranea europea, nell'Europa centro-orientale, in alcune isole tropicali africane e nell'Africa australe. Tali piante possono avere altezze variabili da
Il nome latino attribuitogli da Plinio è dovuto alla forma delle foglie simili alla corta spada romana, il Gladius.
I fiori variamente colorati, e poco durevoli, sono portati da spighe erette.
Alcune specie sono spontanee anche in Italia, tra queste la più diffusa è il Gladiolus italicus (Miller) (= Gladiolus segetum (Ker-Gawl.)) specie dalle corolle color rosa cremisi, chiamata volgarmente Pancacciuola o Fior di spada, è diffusa dal livello del mare fino ai

Alta risoluzione -Purple Gladioli
Uso
Come piante ornamentali vengono utilizzati i numerosi ibridi derivati dalla selezione delle ibridazioni, durate più di un secolo, tra le specie esotiche africane, come il G. cruentus, il G. floribundus, il G. oppositiflorum, il G. primulinus il G. psittacinus e il G. quartinianus, dal portamento elegante e la forma dei fiori stilizzata dai colori brillanti, delicati o intensi.
Le varietà in miniatura vengono coltivate in vaso per decorare i terrazzi. I gladioli a fiori grandi sono coltivati nei giardini per bordure miste o macchie di colore, e industrialmente per la produzione del fiore reciso.
Tra le molte specie, ibridi e relative cultivar citiamo:
Il G. gandavensis che porta una decina di fiori aperti contemporaneamente, produce un basso numero di nuovi cormi intorno al cormo principale.
Il G. lemoinei caratterizzata da una macchia scura sui tepali inferiori, porta pochi fiori aperti contemporaneamente sullo stelo, ha spesso la spiga ramificata, può portare fiori di colore blu, produce molti cormi.
Il G. nanceyanus ha fiori di grandi dimensioni con una macchia di colore vivo sui tepali inferiori, poco numerosi quelli aperti contemporaneamente.
Il G. childsii che ha steli vigorosi e fiori molto grandi.
Il G. primulinus con il fusto esile che porta piccoli fiori dalle tinte varie e delicate ed il petalo superiore centrale molto piegato in avanti, si presta alla forzatura.
Il G. colvillei con steli esili che portano fiori piccoli; viene sempre più raramente coltivato per la fioritura invernale, forzandolo in cassoni o in serra nel Nord Italia.
Il G. tristis che ha steli sottili ma robusti, dai fiori bianco-crema con una macchia rossastra, adatta alla forzatura invernale, può essere riprodotto per seme mantenendo le proprie caratteristiche.
Per leggere l’intero articolo dedicato ai Gladioli
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Questo articolo è rilasciato sotto i termini della “GNU Free Documentation License”.
Esso utilizza materiale tratto dalla voce di “Wikipedia Italia” (articolo) e “Wikimedia Commons” (immagini):
http://it.wikipedia.org/wiki/Gladioli
http://en.wikipedia.org/wiki/File:Gladiolus_7-19-06.JPG
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Purple_Gladioli.jpg
Concludo lasciandovi con piacere alcuni esaustivi Link:
http://commons.wikimedia.org/wiki/Gladiolus?uselang=de
http://images.google.ch/images?hl=it&source=hp&q=Gladiolus&btnG=Cerca+immagini&gbv=2&aq=f&oq=
http://www.gladworld.org/cultivars.htm
http://www1.omnitel.net/gladioli/Picture%20gallery%202006%20H%20400.html
http://www.pacificbulbsociety.org/pbswiki/index.php/Gladiolus
http://www.bulbsociety.org/GALLERY_OF_THE_WORLDS_BULBS/GRAPHICS/Gladiolus/Gladioluslist.shtml
http://www.youtube.com/watch?v=gnUNPxx-Z50&feature=related
Il 10 novembre ricorrerà il 40esimo anniversario della pubblicazione di “Live/Dead” (1969), capolavoro assoluto del Rock psichedelico…

Grateful Dead – “Live/Dead” (1969)
Un ensemble country-rock-blues, quello che Jerry Garcia (chitarra e voce), Ron "Pigpen" McKernan (tastiere e voce) e Robert “Bob” Weir (chitarra e voce) misero insieme nei pressi di San Francisco, anno 1963. Poteva bastare? Naaa. Troppo forte il richiamo della "quinta dimensione", e così - ingaggiati Phil Lesh al basso e Bill Kreutzmann alla batteria - ebbe inizio il viaggio ai limiti (e spesso ben al di là) di ciò che usualmente intendiamo per visione. Venne il tempo di Haight-Ashbury, degli happening a base di LSD, di un nome che sapeva di antico, di lontano, di irriverente: è il 1965, nascono i Grateful Dead. Più che un gruppo, una comune: nel giro di un paio d'anni vengono reclutati un secondo batterista (Mickey Hart), un inafferrabile paroliere (Robert Hunter) e un estroso tastierista (Tom Constanten). Il primo colpo (The Grateful Dead, 1967) è irrisolto e fuori fuoco, ma le due pennellate successive (Anthem of the Sun del 1968 e Aoxomoxoa del 1969) cambiano le coordinate del quadro spalancando prospettive da pelle d'oca, nel solco di una attitudine psych incalcolabile e sbrigliata. Ma è soprattutto l'attività live a sottolineare la presenza dei Grateful Dead nell'ambito del Flower power: si narra di concerti immaginifici, densi come sogni e lunghi come fiumi. Ed è Live/Dead, del 1969, il disco che ci racconta questo lato della faccenda. Come meglio non si potrebbe.
Un delicato incrocio di corde (quelle sordide e soffuse del basso di Lesh e quelle sottili, liquide e volatili di Garcia) germoglia dal nulla e si intreccia attorno a un antico giro di blues, le percussioni svolazzano friabili, l'organo di Constanten imbastisce un crinale frastagliato e misterioso, la chitarra di Weir dissemina spiazzanti fraseggi atonali: quasi senza accorgerci, siamo in viaggio verso il cuore di Dark Star. Poi, improvvisa, la voce agra di Jerry sparpaglia sperduti dadi di senso, come una collisione muta, come un taglio nell'anima: il suono pare scosso, collassa e rincula in una risacca sospesa, sembra rintanarsi in una dimensione che non ha bisogno di (anzi teme le) parole, la ritmica, sincopata e farraginosa, ci riporta sulle tracce del tema iniziale, dove infine – celebrata un'autentica epifania per organo e chitarre – si consuma un rituale defilato, dove tutto si ferma, come in contemplazione, sotto una pioggia notturna di diamanti celesti.
Segue a ruota un medley (?!) torrenziale: si parte col country raggelato di St. Stephen, che l'ars visionaria dei morti riconoscenti trasforma in festa di sensi e orgasmo acido, con quel miracoloso intermezzo (una specie di carola sospesa) a diffondere ulteriori spore di mito e dissacrazione. Quindi, eccoci sul tapis roulant di The Eleven: frenesie latine contagiano il sapiente gioco percussivo di Hart e Kreutzmann, la chitarra di Weir gracchia incattivita, Lesh tiene botta col suo quattro corde gibboso e instancabile, l'organo è un bordone defilato mentre Garcia scatta per tangenti incontenibili e policromie favolose, in un crescendo che conduce sull'orlo di estasi e amnesia, sradicando le residue impalcature che separa(va)no corpo e anima. Il suono mostra le unghie, il profilo capriccioso, uno splendore diffuso e accecante: ed è già tempo di tornare sulla terra con una straripante Turn On Your Love Light*(standard R&B di J. Scott e D. Malone), dove canto e refrain tornano a occupare uno spazio centrale, seppur sforacchiati dalle raffiche impazzite dei due scellerati percussionisti, con le dilatazioni/deviazioni di chitarre, cori e tastiere che impongono vestigia boogie, funky, garage e gospel all' irrequieto dipanarsi della melodia. E' un urlo distillato, l'esplosione del caleidoscopio: fa-vo-lo-so!
Come un fosco risveglio, come se la visione non potesse evitarsi il lato oscuro delle cose, l'ebbrezza dei sensi cede il passo alla tetra Death Don't Have No Mercy (classicone a firma Rev. Gary Davis), blues in cui la lentezza raggiunge quasi uno stato solido, dove ogni voce e ogni strumento è un passo verso l'abbraccio fatale della rassegnazione. L'organo di Pigpen si impenna nell'anima come una lacrima al contrario, il basso di Lesh è un carnefice implacabile e pietoso, le due percussioni spandono foschi peana, Weir come al solito lavora su registri ruvidi e obliqui, Garcia è semplicemente impagabile sia al canto (un velo di rabbia, un vagone di tristezza su una rotaia di dolore) che – naturalmente – al lancinante stillare di plettro.
Seguono i quasi otto minuti di Feedback: un ascolto tanto scontroso quanto affascinante, il sovrapporsi onirico di distorsioni affilate, di panneggi sfregolanti e gelide globosità, la risposta del suono rock "germinale" ai viaggi interstellari di floydiana memoria. Quindi, così come accadeva per i concerti, il disco termina con il brevissimo traditional And We Bid You Goodnight, un afflato di leggerezza voci e cuore, la nudità di un sogno che, seppur Americano, sa di poter veleggiare a ogni altezza e – quindi - oltre ogni confine.
(tratta da http://www.ondarock.it/pietremiliari/gratefuldead_live.htm)
…il 10 novembre non sarà solo il giorno del mio compleanno, ma anche quello delle care blogger Aenima e Iolosoxchecero.
Quindi qui si festeggia…
Temo di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e la cadenza
che di notte mi posa sulla guancia
la rosa solitaria del respiro.
Temo di essere lungo questa riva
un tronco spoglio, e quel che più m'accora
è non avere fiore, polpa, argilla
per il verme di questa sofferenza.
Se sei tu il mio tesoro seppellito,
la mia croce e il mio fradicio dolore,
se io sono il cane e tu il padrone mio
non farmi perdere ciò che ho raggiunto
e guarisci le acque del tuo fiume
con foghe dell'Autunno mio impazzito.
Federico Garcia Lorca (1898-1936)